Christos Ikonomou è probabilmente una delle figure più importanti e significative del panorama letterario moderno, dalla Grecia.

Le sue descrizioni e i suoi racconti dalla drammatica crisi greca lo hanno fatto accostare a Faulkner o Raymond Carver

Riteniamo che per la pregnanza dei suoi argomenti, e per lo stile realistico, poetico per molti versi dei suoi scritti, sia una delle voci moderne più incisive e degne di ascolto.

Colpiti dai suoi racconti siamo riusciti ad avere l'autorizzazione di pubblicare alcune storie grazie alla mediazione dei suoi editori italiani ed agenti.



Christos Ikonomou



Qualcosa capiterà, vedrai

Oggi è arrivato un altro avviso della banca. Scrivono che è
l’ultimo e che la settimana prossima metteranno in atto «le azioni
previste dalla legge». Hanno già anche telefonato parecchie volte,
ma Niki non ha risposto. Ha lasciato il foglio sul tavolino del
salotto. Quando è tornato dal lavoro, Aris gli ha dato un’occhiata
ma non ha detto niente. Non l’ha quasi nemmeno sfiorato. Se
ne era rimasto lì in piedi a fissarlo con gli occhi gonfi di sonno.
Con la barba e i capelli lunghi, le basette che gli scendevano fino
al collo, aveva l’aria di un lupo mannaro. Poi si era tolto gli stivali
ed era andato in camera e si era lasciato cadere sul letto senza
spogliarsi e si era tirato su il lenzuolo fin sopra la testa.

È a letto da tre ore. Muto. Immobile. Si direbbe quasi
senza respirare.

Niki carica la lavatrice e poi prende la scopa e pulisce il pavimento.
Si piega sulle ginocchia e raccoglie i frammenti di vetro
sotto il tavolo della cucina. Il pavimento odora di acquavite. Versa
altro detersivo e lo sfrega con tanta forza che le dita diventano
bianche e le fanno male. Una volta ogni tanto si affaccia alla porta
della camera da letto e lo guarda, per vedere fino a quando resisterà.

Soffocherai lì sotto, gli dice alla fine. Vieni fuori. Così non
concludi niente.



94 Qualcosa capiterà, vedrai

Nessuna reazione. Ma Niki sa che lui la sente. La sua gamba
sinistra trema sotto il lenzuolo. Come se non riuscisse a controllarla
– come se fosse la gamba di qualcun altro e non la sua.

Non voglio che tu ti perda di coraggio, gli dice. Qualcosa
capiterà, vedrai. Le banche non portano via le case in questo
modo. Non siamo mica in America. In qualche modo ce la faremo.
Vedrai.

Fuori cala la sera. La luce del sole disegna una linea arancione
sul muro sopra il letto. Niki la guarda e si chiede come
mai solo adesso faccia caso a quella linea arancione sul muro.
Pensa come abbia torto a non sapere che cosa dire ad Aris, a
non sapergli dire come si sente adesso che per la prima volta
vede quella linea sul muro. Ieri sera, dopo averlo portato a
letto di peso, si era fatta un caffè e aveva acceso la televisione.
Le era passato il sonno e Aris russava così forte che se anche
si fosse sdraiata accanto a lui non sarebbe riuscita a chiudere
occhio. Davano un documentario sugli Indiani, ma Niki
guardava fuori dalla portafinestra i bagliori dei bengala e dei
fari accesi dai lavoratori della centrale elettrica. Nel pomeriggio
si erano arrampicati sulla ciminiera e avevano appeso
degli striscioni e gridavano degli slogan. Guardava le luci dei
fari che fendevano l’oscurità come enormi spade e si chiedeva
come un pittore avrebbe dipinto la scena – ammesso che
esistano ancora pittori che dipingono scene del genere. Con
una donna seduta al buio con in mano una tazza di caffè e una
sigaretta e con la luce azzurra e opaca della televisione che le
illumina la faccia. Ma capirai che quadro sarebbe… Ancora
ancora se avesse avuto in mano una pistola o un vibratore. Ma
così, col caffè e la sigaretta no. La gente oggi non si scalda per
cose del genere piuttosto all’antica. Che gli importa dei picco



Qualcosa capiterà, vedrai 95

lo borghesi e dei loro problemi economici e familiari? Troppo
banale. Poi si chinò per spegnere la sigaretta e vide sullo schermo
una ragazza che sembrava un’indiana, ma che portava gli
occhiali da vista e abiti moderni e parlava della storia della sua
tribù e diceva che molti anni prima la gente della sua tribù era
stata costretta ad abbandonare il proprio territorio e prima di
andarsene alcuni avevano sfiorato le foglie e i rami degli alberi
a mo’ di saluto e altri avevano sfiorato l’erba e i fiori e l’acqua
che sgorgava dalle sorgenti e i ciottoli sulle rive dei fiumi e i
soldati che erano venuti per cacciarli guardavano quello strano
spettacolo e ridevano – non sapevano che cosa significa abbandonare
il posto che ami, disse la ragazza. Dopo le chiesero
come fosse a conoscenza di tutte queste cose successe molti
anni prima e lei rispose che la verità di una storia non dipende
dalla sua correlazione con la realtà ma dal suo senso morale.
Quando il documentario finì, Niki spense la televisione e aprì
la portafinestra e guardò le luci dei fari e dei bengala degli
operai che vegliavano abbarbicati sulla ciminiera della centrale
elettrica e guardò gli edifici bui delle fabbriche e i serbatoi
di carburanti e si ricordò di sua madre la quale diceva che
in quegli anni i medici dicevano alle madri di non allattare i
bambini perché l’aria in quelle zone – Charavghì Drapetsona
Keratsini – era inquinata dal fluoro rilasciato dai fertilizzanti
e il fluoro passa nel latte. E poi andò nella camera da letto e
diede un’occhiata al marito che dormiva tutto infagottato e
s’infilò le calze e si mise sulla spalle il golf e prese il caffè e le
sigarette e le chiavi e salì le scale per andare sulla terrazza e da
lassù guardò il mondo che si dispiegava intorno a lei. Il porto
le navi le case popolari di Drapetsona. La fabbrica dei fertilizzanti
i serbatoi le ciminiere. C’erano la luna e le stelle ieri



sera, ma Niki non aveva bisogno di luce per vedere – sa dove
si trova ogni cosa ad occhi chiusi. Il cementificio il macello la
BP il porticciolo di san Nicola. Lo scalo dei pescherecci i cantieri
navali Pérama. Di fronte l’isolotto di Psyttàlia e la città
di Salamina. Paluki, il suo porto. Ambelàkia, l’agglomerato di
Selìnia. Si aggrappò alla ringhiera e sentì la superficie ruvida
del metallo graffiarle le mani. Da lassù vide il monumento ai
morti della Società Elettrica4 attorniato dalle palme e i vicoletti
senza nome e le strade con le piante di melangolo e i gelsi
e i condomini appiccicati gli uni agli altri e i balconi con le
tende squarciate dal vento annerite dal passare del tempo. E
poi il suo sguardo ridiscese verso il basso e vide le automobili
e i motorini e i tricicli e i cortili delle casette dei profughi
soffocate dai condomini, cortili con vasi di fiori e panni stesi
sui fili e vecchie cose inservibili – un frigorifero guasto, una
bicicletta senza ruote, una sedia con tre gambe, una culla senza
sbarre. E poi guardò di nuovo i condomini e le scarse luci
accese qua e là e si chiese se ci fossero persone che quella sera
erano sveglie come lei o se avessero lasciato la luce accesa per
paura. E chi era sveglio chissà se era sveglio per dei buoni o
dei cattivi motivi. E chi aveva lasciato la luce accesa per paura,
di che cosa aveva mai paura? Dei ladri o di qualcos’altro? Si
accese una sigaretta e bevve il caffè che si era raffreddato e si
guardò di nuovo intorno e si chiese che cosa farebbe se un
domani fosse costretta ad andarsene da qui, dai luoghi dove
era nata ed era cresciuta e si era fatta donna. Sarebbe scesa in
strada e avrebbe salutato i melangoli e i gelsi sfiorandone le

4 Riferimento agli operai morti per salvare la centrale elettrica che i tedeschi volevano
distruggere. Episodio verificatosi ad Atene il 13 ottobre 1944 nel corso dell’ultima
battaglia dell’Elas (Esercito di Liberazione) che precedette la Liberazione.



foglie e i rami. Avrebbe sfiorato le panchine nelle piazze e i
pali della luce, pieni di manifesti e di annunci mortuari e di
affittasi. La vespa rossa di Thodorì Skupas che è ancora legata
con la catena all’inferriata del cortile e che Skupas quando era
ancora vivo lavava ogni domenica e che poi spruzzava e profumava
con acqua di colonia. Avrebbe sfiorato, neanche fosse
un’indiana, le saracinesche della merceria di Asterìa da anni in
stato di abbandono – nasconditi Asterìa colpisce l’anarchia,
gridavano un tempo i ragazzini che gliel’avevano giurata perché
sopra il bancone aveva appeso un enorme manifesto della
squadra di calcio aek. Avrebbe sfiorato il muro all’angolo tra
via Bosforo e via Micene di fronte alle scuole sul quale c’è una
scritta ormai sbiadita, le vacanze sono l’alibi per undici mesi
di stupro. Il cancello di Vula che spenzola sfasciato dall’anno
scorso di questi tempi quando suo marito ubriaco fradicio gli
era piombato addosso con la sua automobile. Avrebbe sfiorato
con la mano la vetrata della bottega del barbiere Kosmàs là
dove un pomeriggio di quindici e passa anni prima aveva visto
Aris, un ragazzino di quindici anni, seduto sulla poltrona a
testa china e il pavimento tutto intorno ricoperto di ciocche
dei suoi capelli – e come le sarebbe piaciuto adesso, come le
sarebbe piaciuto poter tornare indietro nel tempo e raccogliere
quei capelli tagliati e appiccicarli sulla testa di Aris.

Aveva molte cose da sfiorare molte cose da salutare se mai
un giorno fosse costretta ad andarsene da qui. Anche se non era
un’Indiana e non c’erano soldati a guardarla e a ridere e anche
se non era presente nessuno che un giorno avrebbe parlato di
questa storia in televisione.

E adesso sta lì immobile sulla porta della camera da letto e
guarda Aris e quella linea arancione sul muro richiama ancora



una volta alla memoria le parole sentite ieri sera alla televisione.
La verità di una storia non dipende dalla sua correlazione
con la realtà ma dal suo senso morale. Non capisce che cosa
significhi esattamente, ma le piace pensare che esistono cose
vere che non sono mai accadute. Le piace pensare che ci sono
cose che esistono e che non sono verità. Cose che possono non
essere accadute mai ma sono più vere della verità. Ma d’altro
canto non ne è sicura. Magari potesse capire di più. Magari
avessero più soldi e non dovesse lavorare. Vorrebbe leggere di
più fare viaggi andare a teatro e a concerti. Vorrebbe dormire
fino alle undici e non aspettare l’autobus alla fermata prima
che spunti il giorno e non doversi vergognare del lavoro che
fa. E soprattutto soprattutto vorrebbe non sobbalzare spaventata
ogni volta che squilla il telefono ogni volta che vede delle
buste bianche nella cassetta delle lettere.

Si corica accanto ad Aris e il letto cigola.

Esci fuori, gli dice. Ho qualcosa da dirti. Ieri è successo
qualcosa sul lavoro. È escluso che tu abbia sentito una cosa
del genere.

Nessuna reazione. Niki si metta supina e chiude gli occhi.
Richiama di nuovo alla mente quelle immagini, tenta di farvi
ordine, di scacciare il groppo che le serra la gola. Lascia raffreddare
il suo cuore. È una storia d’amore quella che vuole
raccontare e sa che queste sono cose che non si dicono a caldo.

*

Verso le undici faccio una pausa per una sigaretta quando
Rita entra come una furia in corsia, non crederai a quello che
è successo, mi dice, ti verrà un colpo. Che cosa è successo, le



dico. Qualche dottore ti ha chiesto di uscire con lui? Lo sai
com’è fatta Rita con le sue manie di grandezza e la sua smania
fin da piccola di trovarsi un dottore o un militare. Piantala
di scherzare mi dice e dammi retta. Poco fa hanno trasportato
con l’ambulanza una coppia dalle prigioni del Korydallòs.
Una di noi e uno straniero. Bulgaro rumeno non ho capito.
Sono giovani una coppietta. Lui è in prigione e lei è andata
a trovarlo per un colloquio. Lui sta per essere spedito nel suo
paese tra pochi giorni, estradato come si dice. Sai, durante il
colloquio la ragazzina tira fuori da non so dove della colla che
so tipo bostik s’impiastriccia e ciac le loro mani s’incollano.
Hai capito. Per rimanere sempre insieme per non separarsi
mai dal suo ragazzo. Incredibile? Si sono incollati le mani con
il bostik per non separarsi. Incredibile? Cose dell’altro mondo
cara te. Non è da pazzi? E adesso li hanno portati qui da noi
per fargli staccare le mani dai dottori. Li hanno portati su al
secondo. Sai in quella stanza per i carcerati. Fuori hanno anche
messo una guardia di vedetta. È successo proprio adesso.
Ma pensa che roba incollarsi le mani. Saranno dei tossicodipendenti
ci scommetto. Facciamo le corna cara mia alla larga
da storie come queste.

Questo mi dice Rita e poi tira due boccate dalla mia sigaretta
e torna al suo posto furibonda perché in una corsia c’è un tizio
che vomita di continuo – vada al diavolo quel vecchio della malora
mi dice, è da stamattina che mi fa sudare sangue.

Niki si gira sul fianco e guarda Aris. Imbacuccato nel lenzuolo,
le mani incollate ai fianchi, il suo respiro si sente appena
come un bisbiglio.

Capisci che cosa è successo, gli chiede. Si sono incollati le
mani con l’attaccatutto per non separarsi. Cosa te ne pare?



Guarda il lenzuolo che ha preso la forma della sua faccia. Poi
alza la testa e guarda la linea arancione sul muro che diventa
sempre più piccola col diminuire della luce del sole. Allunga
la mano e la sfiora prima che si perda del tutto. Fa un respiro e
chiude di nuovo gli occhi.

*

Prendo i secchi e le scope e salgo di sopra al secondo. Non
so che cosa mi aveva preso. Volevo vederli. Quella stanza per i
carcerati che ti dicevo è in fondo al corridoio accanto alle toilette.
In effetti davanti alla porta sta un giovane poliziotto e fuma
e gioca con il suo cellulare. Mi vede che mi avvicino con i miei
arnesi e mi dico che non mi lascerà entrare – mi guarda storto
dalla testa ai piedi. Mi lascia aspettare un po’ e poi scrolla la
testa come per scacciare una mosca dal naso.

La stanza ha una porta metallica con un lucchetto e un letto
singolo e una finestra con sbarre e zanzariera. Una cella vera e
propria. Non puliamo spesso lì dentro. A fare tanto io ci sarò
entrata due o tre volte. Il ragazzo è sdraiato sul letto. Nudo dalla
vita in su ha gli occhi chiusi e la mano destra sul petto. La mano
sinistra è unita alla mano destra della ragazza seduta accanto a lui
sulla sponda del letto e guarda fuori della finestra. Non riesco a
vedere i loro palmi perché sono fasciati. Aveva ragione Rita sono
ragazzi. Venti ventidue anni al massimo. Ma non hanno l’aria di
tossicodipendenti – almeno la ragazza. Appena entro lui apre gli
occhi e mi guarda inebetito e poi sospira e li richiude. La ragazza
invece sorride e si alza. Con la mano libera si aggiusta la gonna
che le è risalita fin sopra le ginocchia. Le sue guance paonazze.

Scusate il disturbo, dico. Non c’impiegherò molto.



Comincio a pulire con calma non ho per niente fretta. Comunque
sia non c’è un granché da pulire lì dentro. Nel frattempo
non smetto di dare delle sbirciatine per vedere che cosa
fanno. Penso di dire qualcosa. Penso di chiederle se si sente bene
che cosa gli hanno detto i dottori quanti giorni li terranno
in ospedale se gli faranno un’operazione cose del genere. Voglio
chiederle se l’idea d’incollarsi le mani era stata sua e che colla
hanno adoperato e che cosa avevano fatto le guardie quando
se n’erano accorte. L’avevano picchiata l’avevano insultata?
Un sacco di cose le voglio chiedere. Ma ho paura che mi senta
quell’altro là fuori e che mi cacci via. A parte il fatto che magari
non ha neanche voglia di tante chiacchiere. Non le bastano i
suoi guai deve anche avere tra i piedi una donna delle pulizie
un’estranea che le chiede il come e il perché.

Mentre passo lo straccio sento che il giovane mormora qualcosa.
La ragazza si china e gli accarezza la fronte e i capelli. Poi si
gira e mi chiede sottovoce se ho delle sigarette. Certo che le ho
dico anch’io sottovoce e tiro fuori il mio pacchetto. Ne prende
una l’accende e la mette in bocca al giovane. Le faccio segno di
tenersi il pacchetto. Tenetelo le dico ne ho un altro di sotto. Le
chiedo se hanno bisogno di qualcos’altro. Se vuole che chiami
una infermiera o che porti un po’ d’acqua o qualcosa da mangiucchiare
dallo spaccio. Sempre di nascosto le dico che da casa
ho portato dei pomodori ripieni e formaggio e pane ma che
non so se la guardia mi permetterà di darglieli.

Siamo a posto mi dice con un sorriso mentre arrossisce ancora
di più. Grazie mille. Siamo a posto. Grazie.

E a questo punto succede qualcosa di strano. Mentre parliamo
con tutti quei pss pss pss e quei segni, lei mi tende la mano.
A dire il vero non so perché esito. Non so perché ma esito a



stringerle la mano. Davvero. Me ne sto lì come un baccalà con
il mio spazzolone e fisso la mano tesa verso di me. È minuscola.
Una manina piccola così bianca e magra.

La ragazza sorride ma il suo sorriso è un po’ storto. Sai come
quando il dentista ti fa una puntura e la tua bocca si gonfia e
s’intorpidisce. Poi si china in avanti e…

Niente paura mi dice bisbigliando. La colla non l’ho messa.

*

La luce del sole adesso è diminuita ancora. Dalla portafinestra
Niki vede accendersi le luci della strada con un timido sfarfallio.
Le automobili passano con i fari accesi. La camera però diventa
buia, si riempie di una oscurità strana, viva per così dire.

Questo è tutto, dice Niki. Poi sono scesa di sotto e ho lavorato
fino alle tre e dopo sono tornata a casa. Volevo parlartene
ieri sera ma se ti ricordi ieri sera non ti sentivi molto bene.
Ti ricordi? Ti ricordi qualcosa di ieri sera? Ti ricordi che ti sei
appisolato a tavola in cucina? Con la sigaretta accesa. Per un
pelo bruciavi vivo.

Aris dice qualcosa ma la sua voce arriva strozzata da sotto il
lenzuolo.

Che cos’hai detto? Non ti sento. Esci da lì sotto una
buona volta.

Le mani di lei sono sudate. Se le asciuga con il lenzuolo e si
guarda i palmi. Le sue dita. Per la prima volta nota come sono
ingiallite. Troppe sigarette. Troppe sigarette negli ultimi tempi.
Le sembra addirittura che si siano rimpicciolite. Certo è una sua
impressione, ma trema anche solo all’idea che il suo corpo abbia
cominciato a sciuparsi, a raggrinzirsi. Un tempo ne avrebbe ri



so. Avrebbe detto ad Aris: Guarda un po’ qui. Ho l’impressione
che per il troppo lavoro le mie dita hanno incominciato ad accorciarsi.
Ne avrebbero riso. Avrebbero congiunto i loro palmi
e avrebbero misurato le loro dita per vedere quanto più lunghe
fossero quelle di lui rispetto alle sue. E poi Aris avrebbe preso
le dita di lei le avrebbe tirate con forza per allungarle. Molte
risate. Adesso invece Niki ha paura. Ci sono un mucchio di piccole
piccolissime cose che la spaventano. E poi c’è anche quel
dolore al petto. Come se lì dentro qualcosa si fosse rotto e fosse
andato fuori posto. Sente ciondolare qualcosa di duro nel suo
petto, come una molla spezzata. Osserva le linee che solcano i
suoi palmi. Molte linee, innumerevoli. Diritte sghembe ricurve.
Altre assomigliano a un filo spinato e altre sono come alberi sradicati.
Altre s’incrociano e si perdono, si fermano di botto come
strade che sfociano in un burrone.

Dovevi avvertire quelli della televisione.

Aris ha abbassato il lenzuolo dalla sua faccia e la guarda.
Pallidissimo, le labbra secche, occhi tutti arrossati. I suoi capelli
appiattiti sul fianco assomigliano al pennacchio dell’elmo di un
guerriero antico uscito vivo da una feroce battaglia.

Che cosa?

Avresti dovuto chiamare quelli della televisione, dice Aris
e gira la faccia dall’altra parte. Quelli lì vanno matti per cose
del genere. Casi umani, capisci? Sarebbe successo un quarantotto.
Avresti dovuto chiamarli e farli venire all’ospedale e poi gli
avresti chiesto dei soldi per l’informazione. Di sicuro qualcosa
ti avrebbero dato. Qualunque cosa sarebbe stata buona nella
nostra situazione. Sarebbe stato meglio di niente.

Si sfrega gli occhi e poi s’infila le mani sotto la testa. Guarda
in alto il soffitto che si fa scuro. Niki non può vedere le sue mani.



Si alza dal letto e si mette davanti alla portafinestra. Il cielo
ha assunto una tonalità viola scuro. Vede poche stelle tremolanti,
le luci di un aeroplano che si perde lentamente in lontananza.
Lo striscione spenzola ancora dalla ciminiera della centrale elettrica
ma stasera non ci sono né operai né bengala. Lo sciopero
è stato dichiarato illegale, hanno detto alla televisione. Stasera
tutto è di nuovo tranquillo. Ieri c’era stato un po’ di scompiglio,
stasera è di nuovo tutto tranquillo. Solo lo striscione è rimasto
appeso alla ciminiera, un lungo telo bianco con lettere rosse
che, a vederlo da lontano, dalla parte del mare, si direbbe somigli
a un’enorme benda macchiata di sangue.

Dovevi chiamare la televisione, dice Aris. Adesso è tardi.

Niki si guarda i palmi delle mani e le torna in mente
quell’immagine. Della ragazza in ospedale. Come si era piegata
in avanti con la mano destra incollata a quella del ragazzo
porgendo l’altra mano a Niki. Quella mano bianca e magra
che Niki aveva avuto paura di stringere. Avrebbe dovuto farlo
però. Avrebbe dovuto stringere quella mano. Qualcosa avrebbe
dovuto fare per quella ragazza. Qualcosa, qualunque cosa.
Ma adesso non ha più senso. Imparerà a convivere anche con
questa storia. Un compromesso. La vita intera è un compromesso.
E ogni persona, pensa Niki, viene alla luce grazie a un
compromesso, grazie a quel grande e silenzioso sì che dicono i
nostri padri e le nostre madri quando decidono di metterci al
mondo. Ogni persona si porta dentro il compromesso, ce l’ha
nel sangue. Per questo anche tutte le rivoluzioni sono condannate
al fallimento. E dopo pensa che non deve fare simili pensieri.
No. Deve pensare a come farà con i soldi e con la banca
e con la casa e con Aris che adesso vede di nuovo infilato sotto
il lenzuolo – zitto immobile vinto. Pensa che se le cose vanno



storte, se non riescono a cavarsela, prenderà il bostik e s’incollerà
una mano a quella di Aris e l’altra la incollerà al muro.
Farà così. E poi vedremo chi oserà cacciarli di casa. Qui non
siamo mica in America. Che vengano. Li aspetteremo.

Può sempre chiamare la televisione.

In lontananza vede partire una nave con le luci accese.
Una donna attraversa la strada spingendo la carrozzella con
il suo bambino. Due uomini stanno sul marciapiede a chiacchierare.
Uno fuma, l’altro tiene in mano una canna da pesca
e un sacchetto blu di plastica.

E poi non vuole vedere né pensare altro. Chiude gli occhi
e si appoggia al vetro della porta e con gli occhi chiusi sente
dispiegarsi intorno il buio della casa e dalla strada il rombo impietoso
delle automobili.



E un ovetto kinder per il bambino

Si svegliò per la fame. Aveva avuto un dolore alla pancia per
tutta la notte. Con lui c’era anche suo figlio. Dormiva nel letto
accanto a lui con la bocca socchiusa e stringeva con i suoi ditini
il bordo della coperta come se si fosse addormentato con la
paura che qualcuno gli avrebbe sottratto la coperta. Si girò piano
e si appoggiò sul gomito e lo guardò. Non gli assomigliava
affatto. Affatto. Prima di tutto era biondo. Non biondo biondo
ma biondo. Ed era molto bello con un volto fine e occhi color
del cielo quando soffia la tramontana. Aveva un piccolo neo
sotto l’occhio destro. Al buio la peluria bionda brillava accanto
all’orecchio come se per tutta la notte l’accarezzasse una mano
cosparsa di polvere d’oro. Era così bello che guardandolo provava
una fitta al cuore. Non si saziava di guardarlo, lo guardava
e non soffriva la fame. Quando crescerà. Quando crescerà mi
guarderà e mi chiederà come mai l’ho messo al mondo io come
mai suo padre sono io come mai è cresciuto qui dentro perché
ha dormito in questo letto. Come mai. Come mai.

Chiuse gli occhi. Di nuovo quel dolore. Sentì qualcosa muoversi
nella pancia come se ci fosse qualcosa di vivo là dentro.

Papà?



58 Qualcosa capiterà, vedrai

Il bambino aveva aperto gli occhi e lo fissò con uno
sguardo annebbiato.

Papà dobbiamo mangiare qualcosa. Le nostre pance borbottano.


Sollevò la testa dal guanciale e si vide qualcosa di bianco
luccicare all’angolo delle sue labbra. Latte. Ma non era latte.
Saliva che si era seccata.

Dormi. È ancora presto. Gli accarezzò i capelli, si sforzò
di sorridere. Adesso esco. Mi senti? Non devi aver paura.
Uscirò solo per poco. E quando ti sveglierai ci sarà la tavola
apparecchiata e mangeremo fino al giorno dopo Pasqua.
D’accordo? Dammi un cinque.

Il bambino chiuse gli occhi e si leccò le labbra e disse ho
fame e strizzò gli occhi e non disse più niente.

*

Signore, disse la bambina. Potrebbe mettere la corona sulla
testa del nostro buon Gesù?

*

Camminava da mezzogiorno in giro per le strade e arrivò il
pomeriggio che ancora camminava. Nìkea Neàpolis Korydallòs
Nìkea Neàpolis Korydallòs – girava in tondo come un animale in
gabbia come quel lupo che una volta da piccolo aveva visto correre
tutt’intorno nella sua gabbia in un giardino zoologico e poi per
tutta la notte aveva pianto nel ricordarselo pelle e ossa con il pelo
sporco e spelacchiato che correva a perdifiato nella sua gabbia con
un’espressione di follia negli occhi. E aveva chiesto a suo padre e



E un ovetto kinder per il bambino 59

lui gli aveva detto che il lupo correva così perché il lupo è nato per
correre e che rinchiudere un lupo in gabbia era come ucciderlo. E
aveva chiesto a suo padre se poteva fare qualcosa per lui, se poteva
socchiudere la gabbia e lasciar scappare il lupo e suo padre l’aveva
guardato negli occhi per un bel momento – si ricordava che era
stata l’unica volta che suo padre l’aveva guardato così – e dopo era
stato sul punto di dire qualcos’altro ma non aveva detto niente.

Aveva pianto molte notti per il lupo. Molte notti e parecchi
pomeriggi.

Giovedì santo e soffiava un vento perfido, gli alberi penavano
al soffiare del vento si sarebbe detto che li squassava una gigantesca
mano invisibile. Camminava e nei suoi pensieri c’era il bambino
che adesso si sarà svegliato da ore e adesso sarà seduto al tavolo della
cucina con le braccia incrociate e sognerà ad occhi aperti la tavola
apparecchiata con tanto cibo. Camminava e pensava a dove avrebbe
trovato dei soldi, pochi soldi, giusto per far passare anche quella
notte. Passeggiava per far passare il tempo – alle dieci aveva appuntamento
con sua figlia al porto. Arrivava da Salonicco e avrebbe
preso la nave per Rodi, sarebbe andata a fare Pasqua con sua madre.
Erano due anni che non vedeva sua figlia e stasera l’avrebbe vista e
aveva intenzione di chiederle dei soldi. Cinquanta euro. Cinquanta
euro andavano bene. Pasta un po’ di pecorino pane latte. Birre. Del
ketchup che piaceva al piccolo. E un uovo di cioccolato di quelli
piccoli i kinder – arrivava Pasqua. Cinquanta euro andavano bene.
Pensava a come l’avrebbe guardato sua figlia quando le avrebbe
chiesto i soldi e che cosa gli avrebbe detto e che cosa avrebbe detto
a sua madre una volta arrivata a Rodi. Sarebbe stato l’argomento di
conversazione per giorni e giorni. Non ci posso credere mamma.
Mi ha chiesto cinquanta euro mi ha detto che non aveva soldi che
non avevano da mangiare.



Camminava e si sentiva arrossire per la vergogna e sentiva la
fame e la vergogna rosicchiargli le viscere come ratti famelici.

Cinquanta euro, disse – e una donna che gli passava accanto
lo guardò spaventata.

Cinquanta euro vanno bene.

Con cinquanta euro faremo Pasqua.

*

Signore, disse la bambina. Potrebbe mettere la corona sulla
testa del nostro buon Gesù?

*

In ottantacinque erano rimasti senza lavoro quando aveva chiuso
lo stabilimento della Roter a Rendi. Uomini e donne. Giovani e
anziani e interinali. All’inizio correva con gli altri ovunque – ministeri,
partiti, cortei, riunioni. Slogan, striscioni, pugni chiusi, voci
rauche. Rabbia, paura, angoscia. La cosa peggiore erano le chiacchiere,
le voci, le menzogne. Prima ti portavano alle stelle e poi ti
tagliavano le gambe, ti rompevano le ossa, ti uccidevano. Questo
era il peggio. Le chiacchiere e le menzogne. E dopo si stancò, disperò
e cominciò a cercare di qua e di là. E poi si venne a sapere che li
avrebbero assunti nei comuni circostanti a tempo parziale. E se ne
rallegrò e si risollevò e disse al bambino di non avere paura, tutto
andrà bene, vedrai, abbi fiducia in tuo padre. Passarono settimane.
E poi si venne a sapere che avevano fatto una spartizione.

Si è fatta una spartizione, gli dissero. Hanno ripartito i posti
tra i comuni. I comunisti a Kokkinià, quelli del Pasok a
Korydallòs Keratsini, quelli di destra ovunque. Li hanno siste



mati tutti. Tutti meno lui e altri cinque o sei che non avevano
saputo. Che non avevano fatto in tempo. Che non erano rossi
verdi azzurri. Il tutto avvenne in modo tranquillo semplice e
alla bell’e meglio. E lui non si era accorto di niente.

Lui e altri cinque o sei.

Ci hanno venduti, gli dissero. Hai capito, povero fesso? I
colleghi cazzo. I compagni di lotta. Ci hanno venduti.

Questo avvenne in febbraio. E l’ultima domenica di carnevale
vi fu una grande festa nella sede del sindacato. Ci andarono tutti
portandosi da casa cibo, dolci vino e birra. Ne capitarono tre o
quattro con buzuki e chitarre per ballare e cantare. Ci andarono
con striscioni e li appesero ai muri. La lotta adesso paga. Compatti
sulla strada della lotta di classe. Nell’unità la forza, nella lotta la
vittoria, scudo la solidarietà. Striscioni di questo genere appesero
ai muri. Ci andò anche lui per tempo e si sedette lontano dagli
altri e cominciò a bere. Li guardava mangiare sottaceti, uova sode,
focacce al formaggio e agli spinaci. Mangiavano dalla carta
stagnola, bevevano vino da bottiglie di coca cola e di gazzosa.
Brindavano con bicchieri di plastica e ridevano e battevano le
mani e ballavano con Evdokìa e l’aquilone senza ali.2 Li guardava
con timore con odio e con invidia. Li guardava senza volerlo.
Come se fosse un morto risuscitato a termine, al quale avevano
concesso di tornare invisibile tra i vivi per un po’ per trascinarlo
poi di nuovo indietro – un castigo atroce.

E poi, dopo aver bevuto molto e senza più paura, si alzò in
piedi e parlò ad alta voce. Disse cose che aveva voluto dire da tanto
tempo – da mesi e anni. Disse cose che aveva pensato molte volte

2 Evdokìa è un celebre film del 1971 di Alexis Damianòs in cui musica popolare e
ballo hanno grande rilievo. L’aquilone senza ali è il titolo di una canzone di Mikis
Theodorakis.



e altre che non aveva mai pensato prima. Vi furono dei momenti
in cui ebbe la sensazione che a parlare non fosse la sua voce, che
a parlare non fosse lui. All’inizio lo guardarono perplessi. Poi lo
guardarono con pietà. Alcuni risero. Alcuni mangiavano. Alcuni
spinsero via la sedia e uscirono fuori. Vi furono momenti in cui la
sua voce si spegneva e gli occhi gli bruciavano e un nodo gli saliva
in gola. Vi furono momenti in cui vide se stesso seduto lì di fronte
che si ascoltava scuotendo la testa con commiserazione. Alla fine
qualcuno gli gridò di piantarla o di togliersi dai piedi – fuori i gradassi
apolitici, gridò, fuori i provocatori. Qualcuno lo prese per un
braccio e gli disse di sedersi. Calmati e siediti. Adesso. Si sedette. E
poi balzò in piedi e balzò in avanti e si trascinò dietro tavoli sedie
bicchieri uomini e mentre cadeva dentro di lui il tempo si fermò ed
era come se cadesse molto lentamente dal cielo e vide il pavimento
a mosaico come se fosse la terra che dall’alto sembrava così bella –
montagne, prati, ruscelli – e gli si allargò il cuore per tutta quella
bellezza che vedeva e rise e urlò di gioia.

E poi qualcuno lo colpì con forza sulla testa e crollò definitivamente
a terra.

*

Signore, disse la bambina. Potrebbe mettere la corona sulla
testa del nostro buon Gesù?

*

All’angolo tra via Kondyli ed Efeso si fermò di fronte alla pasticceria
Anemoni e guardò la vetrina dove c’erano delle grosse
uova di cioccolato e coniglietti di cioccolato e brioches pasquali



ricoperte di cioccolato nero e di pezzetti di mandorla. Il cuore
gli tremava più delle gambe. Si fermò davanti alla vetrina e
guardò le brioches nere e la sua bocca si riempì di saliva. Dopo
aver preso i cinquanta euro di sua figlia avrebbe potuto eliminare
qualche compera – il formaggio per esempio – e prendere
una brioche al cioccolato. Al bambino avrebbe fatto senz’altro
piacere, andava matto per il cioccolato. Ma anche lui tremava
per la gran voglia che gli era venuta mentre guardava i dolci che
splendevano alla luce della vetrina e sembravano così freschi
così appetitosi così squisiti così morbidi. Che cos’è la felicità per
l’uomo, si disse. Una brioche al cioccolato.

Ritornò in via Kondyli e scese verso il ponte. Adesso il vento
si era fatto più forte. Donne vestite di nero camminavano
sul marciapiede e si piegavano in avanti mentre camminavano
e trattenevano i lembi dei loro abiti che sventolavano al vento.
Udì delle campane che suonavano gravemente e a lutto e
ne fu stupito perché sapeva che lì vicino non c’era nessuna
chiesa e per un istante, inconsciamente, si fermò e guardò in
alto e stava per farsi il segno della croce – ma subito tornò in
sé. Avanzò a testa bassa guardandosi gli stivali che si erano
riempiti di terra e fango e sembravano degli animaletti neri
appena emersi da qualche profondo cunicolo. Girò a destra
in via Antiochia per sboccare in via Grevenà e girò di nuovo
a destra e guardò l’edificio del municipio alto e grigio e pensò
come sarebbe sembrato piccolo se qualcuno l’avesse guardato
dall’alto. Si fermò davanti alla Banca Nazionale e prese dal
portafoglio il suo bancomat e lo mise nel distributore e schiacciò
i tasti e per un attimo chiuse gli occhi e disse qualcosa tra
sé e sé come se fosse un fedele che in quella sera di giovedì
santo pregava davanti all’icona di Cristo in croce e poi aprì gli



occhi e vide sullo schermo un omino che lo guardava con le
mani in alto – siamo spiacenti di non poterle essere utili – ed
estrasse il bancomat dal distributore e lo rimise nel portafoglio
nero e vuoto e se ne andò.

Attraversò la strada e prese via Tsaldari e trattenne il respiro
mentre passava di fronte alla spiedineria – autentico kebab egiziano
– e svoltò a sinistra e si fermò di fronte al supermercato
Galaxìas e guardò la gente che comperava o aspettava davanti alle
casse e si sentì mancare e fu preso dal panico perché pensò che
alle dieci quando aveva appuntamento con sua figlia i supermercati
sarebbero stati chiusi e allora dove avrebbe comperato pasta
e formaggio e latte e un ovetto kinder per il bambino e guardò la
tabella sulla vetrina del supermercato che scriveva le ore di apertura
e vide che quella sera i supermercati chiudevano alle nove e il
suo panico aumentò e si appoggiò a un’auto parcheggiata e calma
si disse per tre volte come una preghiera – calma calma calma – e
poi andò a mettersi all’angolo della strada dove c’era un melangolo
senza frutti e ne strappò una foglia impolverata e la sfregò tra
le dita e poi si annusò le dita per riaversi ma le sue dita odoravano
di polvere sudore paura.

E poi una ventata improvvisa e un sacco nero per la spazzatura
si sollevò e venne ad avvolgersi attorno alle sue gambe e per
un momento ne fu raggelato come se fosse stato un serpente nero
ad avvolgersi attorno alle sue gambe e poi scrollò le gambe e
cominciò a scalciare in aria e agitava sia le braccia che le gambe
e sul marciapiede di fronte passava una vecchia che si fermò lo
guardò e scosse sconsolatamente la testa e si fece il segno della
croce – pomeriggio di giovedì santo e soffiava la tramontana e
il cielo aveva il colore degli occhi del bambino che da ore stava
seduto al tavolo della cucina con le braccia incrociate e sognava



ad occhi aperti il tavolo apparecchiato con molto cibo. E non
era inverno, non aveva nevicato, per uscire fuori e spezzare un
ghiacciolo cristallino che pendeva dal bordo del tetto e leccarlo
per ingannare la fame. Era primavera ed erano dieci anni che
non nevicava da quelle parti.

*

Signore, disse la bambina. Potrebbe mettere la corona sulla
testa del nostro buon Gesù?

*

Quando giunse sulla banchina l’orologio sulla poppa della nave
segnava le nove meno dieci e quando spense l’ultima sigaretta
l’orologio segnava le dieci e dieci e sua figlia non si vedeva ancora.
Si alzò dalla panchina e camminò attorno alle auto che aspettavano
in coda di entrare nella nave e poi camminò tra le auto guardando
gli autisti e i passeggeri. Guardò le persone che entravano
nella nave dal portellone e quei pochi che stavano alle ringhiere di
poppa, a destra e a sinistra dell’asta della bandiera, e guardavano
in basso le altre persone e le automobili e gli autotreni.

Alle dieci e venticinque chiese a uno che indossava una maglietta
bianca con su scritto a lettere blu blue star 2 se poteva
salire sulla nave.

Alle undici meno venti fumò una sigaretta scroccata a un
camionista guardando le stelle che si accendevano e si spegnevano
nel cielo e disse delle cose su sua figlia. Cose ignobili cose
volgari. Cose che non aveva mai detto e che non immaginava
potessero essere dette da un padre a proposito di una figlia.



Alle undici e dieci la nave levò gli ormeggi e si staccò rumoreggiando
dal molo e dalla sua ciminiera si riversò del fumo nero.
Aspettò in piedi finché le luci della nave diventarono un minuscolo
chiarore laggiù in mare aperto. Poi si girò per andarsene
e vide qualcosa su una panchina e vi si avvicinò. Una coca cola
con una cannuccia, una focaccia al formaggio smangiucchiata.
Diede un’occhiata all’intorno e prese la focaccia. L’annusò.

Poi l’avvolse nella sua carta e se la mise in tasca. Uscì dalla
calata E1 e prese la strada del ritorno e camminava ora sull’asfalto
ora sul marciapiede e passando sotto il ponte lesse qualcosa
che era scritto sul muro con uno spray nero – non prendere a
calci i beduini che ti rovini le scarpe – e vide i fari di un camion
che veniva lentamente verso di lui e pensò se dovesse lanciarsi
in mezzo alla strada e restare immobile e lasciare che il camion
gli passasse sopra per farla finita una volta per tutte con tutto
questo e poi si spostò indietro e incollò la schiena al muro e
disse qualcosa al suo corpo come se il suo corpo fosse un cane e
lui il padrone e rimase con la schiena incollata al muro finché il
camion gli passò davanti e svanì.

E poi pensò al bambino. Pensò a quando gli avrebbero dato
gli abiti di suo padre e lui li avrebbe presi e li avrebbe accarezzati
con le lacrime agli occhi e mentre li accarezzava avrebbe
toccato qualcosa di duro e avrebbe aperto la tasca del giubbotto
e ci avrebbe trovato una focaccia al formaggio smangiucchiata.
Sarebbe stata una cosa proprio ridicola. Proprio ridicola.

*

Mezzanotte passata, risaliva via Cipro sul marciapiede di sinistra
e quando arrivò alla piazza della Beata Xeni guardò di



fronte verso la chiesa e dietro il vetro giallo della porta vide della
luce e delle ombre e attraversò e entrò.

C’erano sei sette donne vestite di nero e una bambina sugli
undici anni e addobbavano il sacro sepolcro con dei fiori. In piedi
intorno al sepolcro selezionavano fiori da grandi mazzi e tagliavano
i gambi e li appuntavano con spilli sul polistirolo. Margherite.
Rose. E altri fiori che non sapeva come si chiamavano.

Quando entrò lo guardarono e continuarono a guardarlo
quando si sedette su una sedia e incrociò le mani sul petto e
annusò l’aria che odorava d’incenso e di fiati umani. Puntò lo
sguardo verso l’alto senza alzare la testa e guardò la gigantesca
figura che lo guardava dall’alto della cupola e guardò le altre
figure dipinte sui muri e i nastri viola e le icone e le candele che
bruciavano e si scioglievano e si piegavano nel vuoto come corpi
stanchi alla ricerca di qualcosa a cui appoggiarsi.

Accanto al sepolcro c’era la croce. Una croce grande e
alta, di legno scuro color caffè. Il Cristo con gli occhi chiusi
e la testa reclinata sulla destra. Le braccia flesse ai gomiti, le
gambe flesse alle ginocchia. I chiodi erano conficcati nei palmi
che stillavano sangue. Una ferita sul fianco destro stillava
sangue anch’essa. Girò la testa da una parte e chiuse gli occhi
e poi li aprì e guardò di nuovo il crocifisso. Com’era sereno.
Sereno. Calmo. Remissivo.

Guardò di nuovo le donne. Avrebbe chiesto dei soldi. Certo.
Avrebbe chiesto che gli dessero dei soldi. Cinque dieci euro a
testa. Al vostro buon cuore. Per dar da mangiare al bambino. Al
vostro buon cuore. Buona Pasqua a voi. Non c’era pericolo che
non glieli dessero. Non per me. Per il bambino.

Signore, disse la bambina. Potrebbe mettere la corona sulla
testa del nostro buon Gesù?



Si era fermata accanto a lui e lo guardava. Undici dodici
anni. Occhi grandi, labbra carnose, una bionda peluria sulle
guance. Tese la mano per accarezzare la peluria sulle guance della
bambina e la bambina guardò la mano e prese il pollice e vi
richiuse sopra la mano.

È molto in alto e noi non ci arriviamo, disse.

La corona era su un tavolo. Pensava fosse una corona di
fiori ma non lo era. Era fatta con qualche pianta spinosa e
alla flebile luce del lampadario e delle candele assomigliava
allo scheletro di una bizzarra e immonda creatura morta anni
prima su quel tavolo.

Trascinò una sedia di fronte alla croce e prese la corona di
spine con la massima precauzione e salì sulla sedia e sollevò
le braccia per infilare la corona nella parte superiore della
croce. Le donne e la bambina lo guardavano. Si girò e le
guardò e sorrise.

Come fareste senza di me, disse. Spero che mi darete qualcosa
per la mia fatica, disse e rise.

La corona era stretta e fu costretto a spingerla verso il basso
e sentì le spine conficcarsi nei palmi ma non gli fecero male.
Guardò il volto di Cristo che era alla stessa altezza del suo. Sereno.
Calmo. Remissivo.

Certo, disse. Perché tu lo sai che risorgerai. La morte non
c’è, disse. Non c’è niente. È tutta una commedia.

La prima vittoria del male è quando comincia a parlare nella
tua lingua, disse – ed ebbe paura perché sapeva che non era
capace di pensare e dire una cosa simile. Guardò il crocifisso,
guardò intorno a sé. Chi aveva parlato. Chi.

Inciampò nella sedia, rischiò di cadere. Una donna gridò.
Si guardò i palmi. Si erano riempiti di rotonde macchioline di



sangue. Come se le sue mani fossero dei termometri che si fossero
rotti, termometri che misuravano la temperatura non con
il mercurio ma con il sangue.

Si girò e mostrò le mani alle donne.

Ecco, disse. Guardate che cosa mi sono fatto. Adesso dovete
senz’altro darmi qualcosa per la mia fatica.

Le donne abbandonarono i fiori e le forbici e corsero alla porta.
Una afferrò la sua borsetta che era appesa allo schienale di una
sedia e se la strinse al petto come se fosse un neonato. Un’altra
afferrò la bambina per un braccio e le diede una spinta per farla
uscire dalla porta. Uscirono tutte senza guardarsi alle spalle.

Non andatevene, esclamò. Aspettate. No.

Fece un passo falso e cadde sul pavimento e sentì rompersi
qualcosa e rimase immobile.

Aspettate.

Fuori il vento si era placato e le nuvole rimanevano immobili
nel cielo.

Era l’alba del venerdì santo.

Il bambino si era addormentato digiuno al tavolo della cucina.

Un groppo rimase in gola al giorno.

Da un momento all’altro sarebbe cominciato a piovere.



   
 
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